lunedì, 01 dicembre 2008
e poi
ritorneremo ad appoggiare apostrofi
cantando a mezza voce
stringendo un valzer di sale
lanciando giù i pennelli
dalle scale distrutte di una periferia
una qualsiasi
che possa ricordarci un nostro noi

fumeremo due pagine di sabbia
ascoltando il lamento
del tabacco che brucia
colorando agnelli in bianco e nero
di nuovo nero e vecchio bianco

sentiremo un sangue che non ci appartiene
stridendo le unghie su pori di nespoli
marciando al di là di un ponte
che divide il ridere dalla distrazione
assecondando il ritmo di un altro
che sputa ciabatte in faccia al vento

e poi mi troverai
lì dove l'ultimo vaso ha smorzato un sorriso
vuoto riempito e vuoto di sacche di nebbia
mangiando patate per capodanno
e fili di seta quando sarà pasqua
pur di farlo perché sia noi a decidere

e poi ci uniremo
ci smantelleremo e sanguineremo ancora
nascondendoci in un rogo di signori
che guarderanno il nostro alto
credendolo stupidamente basso

e poi
avremo tanti altri poi
tanti altri perché
ed la scia di un forse
da seguire
pur di sentirci
ancora noi.
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lunedì, 01 dicembre 2008
io non so se mi spiego. per questo ora farò qualcosa in modo da rendere comprensibile un abaco ad una banana, attraverso un breve riassunto di quella che la comune chiama, sgambetta e urlacchia "racconto". un racconto che presenta personaggi, situazioni, specie, fattispecie, morali ed immorali. insomma, un qualcosa coi fiocchi, anzi, dai fiocchi. fiocchi come lacci di scarpe, come regali di mancati addii, come fiocchi di neve. era un pò che non nevicava; a dire il vero, da queste parti non aveva mai nevicato. fin quando una sera, un protagonista tra i vari eleggibili, si dichiarò stanco, sazio e quant'altro avrebbe meglio potuto identificarne le membra. un ritorno alla neve, senza montagne che non fossero di nicotina, di tabacco. di cenere. la cenere fu quella volta la sua neve. l'accumulò in palle, in polli, in palme. poi un assaggio; un altro, gradisce signore? sì, prego, faccia pure, o meglio, mi servo da solo. fame di neve. ora che quegli occhi si danno il permesso di spalancare i miei, ne ho anch'io. ne bramo tanta da parlarne a quattr'occhi con un salice. ma la sua risposta, in fondo, neanche mi interessa. mi vesto da asino e mi tengo la mia, nell'attesa che il riflettore di un'attesa, adotti le mie stesse dita.
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mercoledì, 26 novembre 2008
mi abbrustolisco, così. senza dover ricorrere al sole, alle lune, alle maree, alle stufe alogene. lo faccio perché il picchio mi picchia la pacchia senza la benché minima pecca. porca, mi dico. miseria, mi risponde una puttana. una vecchia la guarda con disgusto, ma dice che si trova lì perché qualcuno ce l'ha messa. un vecchio guarda il proprio portafogli e pensa che con trent'anni di pensione, sia finalmente arrivata l'ora di godersi una sola notte. io non li guardo, ma in fondo, neanche gli penso perché sebbene le attenzioni del parlante siano strettamente relative all'attenzione dell'udente, il mio pensiero diventa colomba e si posa su di un ramo. un ramo crespo. un ramo crespo ma odoroso. immensamente odoroso. così tubo qualcosa, ma mi vedo risposto in bisillabi. io odio i bisillabi, così come odio coloro i quali li usano. così mi sovvengono i vecchi, le loro parole, quelle troppo dette, e quelle che in realtà neanche ci sono. perché probabilmente, abbrustolirsi è anche questo: rimanere senza parole.
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martedì, 25 novembre 2008
apice in bilancio
e conto le stagioni
a ritmi blandi
quando una somma
mi tira le orecchie
e mi mostra un verde
da intraguardare
con occhi di miope

ma io ci vedo bene
non è prato né frontiera
l'emicrania si dimena
il taschino è intestino
senza cibo e poca acqua

trenta giorni
si professano molti
e mi sento un pò leggero
sarà che questa pelle
muove ad abbracciare
le sue stesse ossa.
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lunedì, 24 novembre 2008
volevo. questo è quanto mi dico sempre. volevo smettere. volevo smettere di fumare, di dire cazzate. di scrivere cazzate. ma c'è un secco ma che poi tanto secco non è. è vago, astratto, ma al contempo concreto. ed io concreto non tanto mi ci sento. nessuna vittima, nessun inquisitore, nessun benzinaio, nessun passo; un tizio concreto è uno che si ritrova qualcosa tra le mani. io mi ritrovo nient'altro che le mie dita. talvolta mi bastano, talvolta no. ma non me ne faccio cruccio: mi dico che è umano. ed io umano non mi ci sento; o forse non mi ci voglio sentire. e volevo. volevo cantare a squarciagola, volevo inventare una nuvola, volevo creare un rimedio al mal di gola. fottuto mal di gola. sempre più fottuto in quanto capace di fottere. ma quì mi vedo costretto ad accettare, costretto a dire di sì, costretto a vedermi costretto. da cosa, non importa. di importare, proprio non mi ci sento. e d'altronde è giusto che sia così; perché volevo volare. questo è quanto mi dico sempre.
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giovedì, 20 novembre 2008
Tre rintocchi
mi danno il cambio
laddove mura a me di caro
straziano d'inerzia
un braciere in folle
tra le acidule rapide
di una pentola
a ventricoli.
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domenica, 16 novembre 2008
appongo due parentesi
laddove le voci ne indicano una
ad intendere sotto
una mente graduale
di pochi spiccioli
polmoni di seconda mano
prostrati dall'inganno
di gole e vermicelli di bosco
rinchiusi tra sbarre di nascita
e olfatti barocchi

sommariamente bucati
dallo strappo e dalla presa
di un freddo che si dichiara
perché così si dice
senza biglietti nè visite

la camera di un sommergibile
respira attraverso le tende
e focolai di note ardenti
si accontentano di involucri differenziati
tanti quante saranno le ore
dimesse e schivate
da buchi titanici

al cospetto del momento
ricordo una mano di brezza
e fitte di autunno nel petto
ingozzandomi delle mie stesse dita
pur di mascherarmi da balcone
lasciando che i clacson distratti
puntino le macerie di cartapesta
che segnano il mio turno.

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venerdì, 14 novembre 2008
Quest'oggi mi libero dai margini e decido di parlare di me, di me stesso, dello stesso me che amplifica le stagioni ed al contempo le vive quanto meno possa essere possibile. Il tempo, dunque. Tempo funesto, piovoso, volente al trotto, e nolente al tratteggio di un primo mattino. Il mattino che non vivevo da qualche anno, quello di cui non ho sentito i graffi nè la mancanza, quello che parla alla rinfusa e scopre ogni mia carta. Il mattino che mi affitta in cambio di un caffè e che mi annega studiando le parti di una fase. Il mattino è una fase del mio io, probabilmente la più effettiva e reale; il mattino parla di me quando non trovo le parole giuste, ma neanche quelle sbagliate. E quì mi limito nel limite dei limiti, limando quelli degli altri ove non è possibile porre mezzi o solo risposte. E compare la domanda, nella pluralità del suo immenso dividersi, ampliarsi, e tra le ombre raffinarsi. Quanto riflessivo in un solo -si, quanto parlare di sè in un solo riflessivo. Quindi accetto, chino il capo e rifletto; ma nell'accezione che solo uno specchio può comprendere ed attuare.
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mercoledì, 12 novembre 2008
un gracchiare
di fogli distratti
si divide un maestrale
accorpandosi come comare
a qualche chiacchiera
sul vicino di letto
disfatto dalla maschera
di bronzi abbronzati

fissa un piede sulla soglia
scricchiolandosi l'ugola
di occhiali e garage

una penna
se ne avvede
e inonda di sirventesi
il proprio inchiostro
in bada di poco
che il conto non dichiara.

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martedì, 11 novembre 2008
Abnegazionandomi
incrocio frecce di pece
tra mazzi e disprezzi
aggrottando l'astratto
alla foce di un sarei
ancora troppo palustre
per alzare la voce
e decantare in dialetto
una pagina di proprio
sono.

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